La foto del mese: intervista a Davide Orfeo. Chi è e cosa racconta la sua fotografia.

Vincitore della “Foto del Mese” di marzo, Davide non si definisce attraverso uno stile, un genere o una tecnica. Si definisce attraverso un’attitudine: osservare. La sua fotografia non è solo un modo di raccontare il mondo, ma un mezzo per attraversarlo e per capirsi.

La fotografia come mezzo espressivo

Ciao Davide, benvenuto su Foto Ema Magazine e complimenti! Parlaci di te: chi è Davide Orfeo e cosa racconta attraverso la sua fotografia?

– Io sono prima di tutto un osservatore. Mi piace molto osservare e, di conseguenza, scattare e fotografare il mondo per come lo vedo io.

Possiamo quindi dire che fotografi quindi prima con gli occhi e poi con la camera. Quando hai capito che la fotografia sarebbe diventata il tuo linguaggio principale?
-Non c’è stato un vero e proprio momento in cui l’ho capito. Credo che per me sia una forma naturale e comoda di espressione. Non sono particolarmente bravo con le parole, mentre attraverso la fotografia riesco, in modo quasi primordiale, a trasmettere ciò che provo.

Davide Orfeo

Lo sguardo come soggetto, il rapporto con il tempo

Qual è il soggetto delle tue fotografie?
– Nelle mie foto di solito non c’è un vero e proprio soggetto. Credo che il grande soggetto sia proprio lo sguardo.
In un’inquadratura possono esserci più elementi da osservare, ma è il modo in cui io li guardo che costruisce davvero la fotografia.

Quanto tempo richiede davvero una fotografia? Quanto osservi prima di scattare?

Dipende molto. A volte basta un attimo: non ho nemmeno il tempo di pensarci e scatto. Altre volte, invece, mi fermo, cerco di respirare l’ambiente, mi metto in un angolo e osservo.

Per esempio, nella fotografia che ho portato per la “Foto del Mese”, stavo tornando a casa a piedi quando ho notato una vetrina in allestimento. Mi ha colpito il velo steso sul vetro, la luce e l’atmosfera. Ho preso la macchina, mi sono posizionato in un punto e ho aspettato.

Cercavo di capire se fosse meglio far passare qualcuno o lasciare la scena vuota, provando diverse inquadrature, finché non ho trovato quella che mi affascinava di più.

Scattando in analogico, inoltre, ho pochi scatti a disposizione. Questo mi costringe – ed è una cosa che mi piace molto – a pensare di più prima di fotografare.

L’attrezzatura

Con quale attrezzatura hai realizzato la foto vincitrice? E cosa rappresenta per te?
-Ho scattato con una macchina medio formato analogica, una Zenza Bronica, credo degli anni ’80, che produce negativi 6×4.5.
Penso sia la macchina giusta per questo tipo di immagini, perché permette di avere una grande quantità di informazioni e dettagli.

Hai scattato quindi con una camera analogica. Cosa rispondi a chi dice che la pellicola è morta nel 2026?
Non credo affatto che la pellicola sia morta.
Negli ultimi anni è stata in gran parte sostituita dal digitale, che è più comodo, più economico e offre maggiore sicurezza nel risultato. Ma la pellicola sta tornando.

Dal punto di vista qualitativo, continuo a considerarla superiore: ha una gamma dinamica più ampia e una gestione delle alte luci e dei bianchi che trovo migliore rispetto al digitale.
Questo crea un effetto più magico, quasi astratto in certi casi. E poi c’è tutto il discorso dei colori, che la rende ancora più speciale.

Foto scattata da Davide Orfeo

Quali sono le fotocamere e le pellicole che senti più vicine al tuo linguaggio?
Le fotocamere sono diverse.
La mia preferita è la Zenza Bronica medio formato, quella con cui ho realizzato anche la foto del mese. Poi, per comodità e leggerezza, uso una Yashica FX-D 35mm, più diretta e immediata. Ho anche una Horizon 35mm, ma la utilizzo meno: è una macchina che devo ancora approfondire.

Per quanto riguarda le pellicole, dipende sempre dal contesto e dalle immagini che voglio realizzare.
Mi trovo molto bene con le Cinestill, in particolare la 400D, oppure con le Kodak Portra, che hanno tonalità più pastello e meno contrastate.
Per il bianco e nero, invece, trovo molto affascinanti diverse pellicole della Ilford.

Foto scattata e realizzata da Davide Orfeo


Le mie fotografie parlano soprattutto di ciò che non riesco ad esprimere. Sono, in un certo senso, la mia verità più profonda.



Le mie fotografie parlano soprattutto di ciò che non riesco ad esprimere. Sono, in un certo senso, la mia verità più profonda.


L’imprevisto

Quanto spazio lasci all’imprevisto quando scatti? Il caso è un alleato o qualcosa da domare?

L’imprevisto aiuta molto. Con la pellicola hai il controllo solo fino a un certo punto, poi devi lasciare spazio al caso. Non puoi -e secondo me non devi- controllare tutto. Questo rende le immagini più vere.

Soprattutto oggi, in un mondo in cui le immagini create con l’intelligenza artificiale sono sempre più diffuse, la pellicola, la stampa analogica e anche l’errore diventeranno sempre più importanti per restituire qualcosa di autentico.

Foto scattata da Davide Orfeo

Fotografia ed introspezione

Le tue fotografie parlano più di ciò che mostri o di ciò che non riesci a dire?
-Parlano soprattutto di ciò che non riesco ad esprimere. Sono, in un certo senso, la mia verità più profonda.

La fotografia è anche uno strumento di autoanalisi per te?
-Sì, assolutamente. Attraverso le immagini riesco a fare una vera e propria terapia su me stesso.

Ti è mai capitato che una tua fotografia ti mettesse a disagio?
-Non proprio paura, ma alcune fotografie mi hanno aperto gli occhi. Mi hanno fatto trovare pensieri su me stesso che prima non avevo mai messo a fuoco.
Mi hanno aiutato a capire meglio i miei traumi, le mie emozioni e il mio modo di pensare.

Se qualcuno guardasse tutte le tue fotografie, capirebbe chi sei?
-Sì, credo di sì. Capirebbe esattamente chi sono.

Conclusioni

Quella di Davide Orfeo è una fotografia che osserva, aspetta, accoglie. E, proprio per questo, riesce a restare.

Davide Orfeo, direttore della fotografia

Davide Orfeo studia al CSC, scuola nazionale di cinema. Per lui la fotografia è il modo migliore per esprimere se stesso.

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